Il tennis italiano è in crisi? Quanto valgono i risultati in doppio di
Bolelli e Fognini, di Errani e Vinci? Quanto peso possono avere le
prospettive di Baldi e Quinzi? Un campione da solo potrebbe risolvere
tutto.
Le due settimane dello slam australiano si avviano a concludersi ma è
forse già possibile, prima dell'atto finale, fare qualche considerazione
sullo stato del tennis italiano. Com'è abbastanza noto - tra gli
appassionati almeno - esistono due letture tra loro molto distanti. Da una parte ci sono quelli che ritengono che il tennis italiano sia in una profondissima crisi,
dato che non riesce ad avere nessuno tra i primi 10 della classifica
del singolare maschile da tempo immemorabile, e che soprattutto non
riesce ad avere quasi nessuno, al maschile almeno, in grado di
presentarsi ai nastri di partenza di uno slam con ragionevoli speranze
di arrivare alla seconda settimana. Dall'altra ci sono invece
coloro i quali credono che si debba valutare il "movimento" nel suo
complesso, e quindi guardare anche alle ragazze, al doppio e - perché
no? - agli juniores. Ed ecco che allora il tennis italiano
diventa per costoro non solo in discreta salute, ma addirittura foriero
di promesse. La discreta salute è data naturalmente dai risultati
ottenuti dalle ragazze. Tre top ten negli ultimi due anni, quattro top
20, tre finali consecutive al Roland Garros, un titolo dello slam, in
singolare; quattro finali negli ultimi cinque slam nel doppio femminile
e, addirittura, la coppia numero 1 del mondo nel ranking. Ma
adesso anche il doppio maschile comincia a darci qualche soddisfazione,
grazie a Bolelli e Fognini in semifinale contro la miglior coppia del
mondo, quella formata dai fratelli Bryan.
A questo si aggiunge la speranza concreta che arriva dai ragazzini Quinzi - su cui sono maggiormente puntati i riflettori mediatici - e Baldi,
che, zitto zitto, è anche lui nei quarti di finale qui a Melbourne.
Insomma, dicono i difensori del movimento, ne abbiamo abbastanza per
zittire i critici.
E' chiaro che messa in questo modo la discussione appare difficile da
affrontare. Ma questo dipende sostanzialmente da una visione del tennis
(tennis-schauungh?) che appare inconciliabile. Perché i critici
finiscono con il sostenere che tutto il tennis differente da quello
maschile e da quello degli slam sia sostanzialmente uno sport minore.
E in effetti soltanto agli osservatori esterni del nostro sport questa
può apparire una posizione irragionevole. Chi segue appassionatamente il
tennis, in genere non lo segue per qualcosa che non sia il torneo
maschile. Per quanto la differenza sia lontana da quella che c'è in
altri sport, e per quanto alcune partite del tennis femminile siano
appassionanti, la regola generale è che si va a vedere il tennis per
vedere i campioni (maschi) che giocano negli slam. Alle semifinali
femminili di doppio c'erano 500 persone ad essere generosi. Per vedere
Federer-Tsonga in tribuna stampa si fa la fila, per vedere le semifinali
femminili si può entrare senza problemi.
Questo, en passant, finisce con lo sminuire anche il valore delle
classifiche, perché entrare nei primi 20 è più un affare di continuità
che di valore assoluto. Ed ecco che allora si comprendono i motivi
dell'insoddisfazione di chi ha visto trionfare Panatta a Parigi in un
momento in cui dietro a lui e a Barazzutti praticamente c'era il vuoto,
come del resto si è visto negli anni successivi. E non basta una
sincera ammirazione per quello che fanno le ragazze per tornare a dire
che il tennis italiano è risorto. La verità che ci sembra possiamo
trarre è che se noi avessimo Federer non servirebbe nient'altro.
E hai voglia di dire che la Serbia non è solo Djokovic o la Spagna non è
solo Nadal. Qui a Melbourne manca Nadal e quanti inviati spagnoli ci
sono? La miseria di uno solo, e hanno persino avuto un derby nei quarti
di finale e tre giocatori tra i primi 10. Non conta nulla, conta che uno di loro sia realmente in grado di competere per il titolo.
E la Gran Bretagna, che non ha quasi nulla dietro a Murray, l'anno
scorso si poteva dire più che soddisfatta, perché ha vinto uno slam e,
quale che sia il suo valore, una medaglia d'oro.
Insomma, forse dovremmo imparare tutti quanti a chiamare le cose col
proprio nome: fino a quando non avremo uno in grado di vincere uno Slam,
i risultati di ragazze, doppi e giovani conteranno sì, ma fino a un
certo punto.
23/01/2013
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