lunedì 22 settembre 2014

A che punto è il tennis italiano?

Il tennis italiano è in crisi? Quanto valgono i risultati in doppio di Bolelli e Fognini, di Errani e Vinci? Quanto peso possono avere le prospettive di Baldi e Quinzi? Un campione da solo potrebbe risolvere tutto. 


Le due settimane dello slam australiano si avviano a concludersi ma è forse già possibile, prima dell'atto finale, fare qualche considerazione sullo stato del tennis italiano. Com'è abbastanza noto - tra gli appassionati almeno - esistono due letture tra loro molto distanti. Da una parte ci sono quelli che ritengono che il tennis italiano sia in una profondissima crisi, dato che non riesce ad avere nessuno tra i primi 10 della classifica del singolare maschile da tempo immemorabile, e che soprattutto non riesce ad avere quasi nessuno, al maschile almeno, in grado di presentarsi ai nastri di partenza di uno slam con ragionevoli speranze di arrivare alla seconda settimana. Dall'altra ci sono invece coloro i quali credono che si debba valutare il "movimento" nel suo complesso, e quindi guardare anche alle ragazze, al doppio e - perché no? - agli juniores. Ed ecco che allora il tennis italiano diventa per costoro non solo in discreta salute, ma addirittura foriero di promesse. La discreta salute è data naturalmente dai risultati ottenuti dalle ragazze. Tre top ten negli ultimi due anni, quattro top 20, tre finali consecutive al Roland Garros, un titolo dello slam, in singolare; quattro finali negli ultimi cinque slam nel doppio femminile e, addirittura, la coppia numero 1 del mondo nel ranking. Ma adesso anche il doppio maschile comincia a darci qualche soddisfazione, grazie a Bolelli e Fognini in semifinale contro la miglior coppia del mondo, quella formata dai fratelli Bryan. 

A questo si aggiunge la speranza concreta che arriva dai ragazzini Quinzi - su cui sono maggiormente puntati i riflettori mediatici - e Baldi, che, zitto zitto, è anche lui nei quarti di finale qui a Melbourne. Insomma, dicono i difensori del movimento, ne abbiamo abbastanza per zittire i critici.

E' chiaro che messa in questo modo la discussione appare difficile da affrontare. Ma questo dipende sostanzialmente da una visione del tennis (tennis-schauungh?) che appare inconciliabile. Perché i critici finiscono con il sostenere che tutto il tennis differente da quello maschile e da quello degli slam sia sostanzialmente uno sport minore. E in effetti soltanto agli osservatori esterni del nostro sport questa può apparire una posizione irragionevole. Chi segue appassionatamente il tennis, in genere non lo segue per qualcosa che non sia il torneo maschile. Per quanto la differenza sia lontana da quella che c'è in altri sport, e per quanto alcune partite del tennis femminile siano appassionanti, la regola generale è che si va a vedere il tennis per vedere i campioni (maschi) che giocano negli slam. Alle semifinali femminili di doppio c'erano 500 persone ad essere generosi. Per vedere Federer-Tsonga in tribuna stampa si fa la fila, per vedere le semifinali femminili si può entrare senza problemi.
Questo, en passant, finisce con lo sminuire anche il valore delle classifiche, perché entrare nei primi 20 è più un affare di continuità che di valore assoluto. Ed ecco che allora si comprendono i motivi dell'insoddisfazione di chi ha visto trionfare Panatta a Parigi in un momento in cui dietro a lui e a Barazzutti praticamente c'era il vuoto, come del resto si è visto negli anni successivi. E non basta una sincera ammirazione per quello che fanno le ragazze per tornare a dire che il tennis italiano è risorto. La verità che ci sembra possiamo trarre è che se noi avessimo Federer non servirebbe nient'altro. E hai voglia di dire che la Serbia non è solo Djokovic o la Spagna non è solo Nadal. Qui a Melbourne manca Nadal e quanti inviati spagnoli ci sono? La miseria di uno solo, e hanno persino avuto un derby nei quarti di finale e tre giocatori tra i primi 10. Non conta nulla, conta che uno di loro sia realmente in grado di competere per il titolo. E la Gran Bretagna, che non ha quasi nulla dietro a Murray, l'anno scorso si poteva dire più che soddisfatta, perché ha vinto uno slam e, quale che sia il suo valore, una medaglia d'oro.
Insomma, forse dovremmo imparare tutti quanti a chiamare le cose col proprio nome: fino a quando non avremo uno in grado di vincere uno Slam, i risultati di ragazze, doppi e giovani conteranno sì, ma fino a un certo punto.


23/01/2013

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